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Pedofilia nella Chiesa di Boston. Mark Ruffalo: "Spero che il Papa veda il film"

A Venezia, fuori concorso, la ricostruzione dell’indagine giornalistica che inchiodò i preti molestatori.

In stile vecchia Hollywood, con una struttura lineare e rigorosa dal ritmo incalzante, Spotlight ricostruisce l’indagine compiuta dal Boston Globe e vincitrice del premio Pulitzer che portò alla luce un numero incredibile e sconvolgente di casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica di Boston. Lo statunitense Thomas McCarthy, già regista del delicato e meraviglioso L’ospite inatteso, si concentra anche sulle emozioni e sui dubbi che hanno mosso i giornalisti protagonisti, sul loro ardore, sul senso civico che si impaludava nell’ostruzionismo e nelle tacite minacce, sul crescente stupore disgustato man mano che lievitava l’entità di quanto scoperto. I giornalisti Michael Rezendes (interpretato da Mark Ruffalo), Walter “Robby” Robinson (Michael Keaton) e Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) diventano eroi comuni a cui lo spettatore si affeziona e verso cui nasce stima incondizionata.

Film fuori concorso presentato alla Mostra del cinema di Venezia, premiato da applausi, ci presenta una realtà purtroppo ben nota. Già il documentario Mea Maxima Culpa: Il silenzio nella casa di Dio (2012) di Alex Gibney ci aveva svelato il lato malato e omertoso della Chiesa, con potenza e testimonianze agghiaccianti. Spotlight, però, è anche qualcosa di diverso. Non è solo denuncia, è pure un’ode al reportage d’inchiesta di alto profilo di cui oggi c’è tanta nostalgia e altrettanto bisogno.
“L’industria del giornalismo è stata decimata nel nostro Paese”, dice McCarthy, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Josh Singer. “Il film sottolinea l’importanza che può avere a livello locale e nazionale questo tipo di giornalismo, un giornalismo investigativo e locale, quei giornalisti con gli stivali ai piedi in mezzo al fango, che vanno sul posto”.

Spotlight ci mostra avvocati profumatamente pagati per insabbiare molestie, cardinali dai modi melliflui che sapevano e hanno nascosto, preti che usavano il collarino per violentare ragazzini, vittime che hanno perso la Fede: “Non è solo un abuso fisico, ma anche spirituale” racconta una vittima nel film, “ti rubano la Fede”. “Nella nostra ricerca, parlando con una serie di sopravvissuti, molti hanno parlato di questo doppio abuso, fisico e spirituale”, spiega McCarthy. “Non potevano parlarne con nessuno perché i loro molestatori erano preti. Si sono sentiti abbandonati dalla comunità, persi, alla deriva. Molti sono finiti male, caduti nella droga e nell’alcol. Ho capito quanto sia diabolico questo crimine”.

McCarthy non si aspetta una reazione della Chiesa al suo film. Stanley Tucci, che in Spotlight interpreta il temerario legale Mitchell Garabedian, è fiducioso verso l’aria nuova che si respira in Vaticano: “Credo che Papa Francesco sia straordinario. Se c’è qualcuno che potrà fermare questo fenomeno è lui”. Toni meno entusiastici da McCarthy: “Vengo da una famiglia cattolica. Dopo aver fatto questo film so che le parole sono una cosa, le azioni un’altra. C’è da vedere se le cose cambieranno veramente”.

“Spero che Papa Francesco veda Spotlight”, è l’augurio di Ruffalo. “Non è un film contro la Chiesa, io stesso sono cresciuto cattolico, ma quello che raccontiamo è tutto documentato, è lo scandalo dei preti pedofili a Boston e mi auguro che il Vaticano lo utilizzi come occasione per raddrizzare i suoi torti”. Probabilmente il pontefice non ha bisogno di vedere Spotlight per conoscere il tanto di marcio che c’è stato (e c’è ancora?) tra i suoi uomini fatti di carne. Ma c’è un’altra motivazione per vedere il film: buon cinema.

Fonte: panorama.it

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