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Il canone RAI è una vera e propria imposta e i soldi non vanno direttamente alla RAI.

C’è ancora chi lo chiama, dolosamente, Canone Rai e, per invogliare il cittadino al pagamento spontaneo entro la scadenza naturale (31 dicembre), fa pubblicità in televisione (una pubblicità per il pagamento di un’imposta…!) promettendo ricchi premi e cotillon (se paghi le tasse ti premio: come dire “se paghi l’imposta sulla spazzatura, partecipi al Bingo di fine anno”).

Ma quello che volgarmente viene detto canone Rai è tutto fuorché un canone, e tanto meno collegato alla Rai. Si tratta, invece, di una comunissima imposta, come le centinaia presenti nel nostro sistema tributario, il cui presupposto non è la visualizzazione delle reti Rai, ma il possesso di un qualsiasi apparecchio televisivo, funzionante o meno: allo stesso modo di chi possiede una casa o un terreno e paga l’imposta sugli immobili.

Dunque, è la disponibilità materiale (e neanche la proprietà) della scatola con il vecchio tubo catodico ad essere il vero presupposto di imposta.

Di conseguenza, chi utilizza la televisione solo per vedere la pay-tv o le reti private deve comunque pagare il canone. Non solo: è sbagliato usare il termine “Rai” accostato alla parola “canone” in quanto il beneficiario dell’imposta non è la Rai, ma lo Stato, che poi ne destina una parte al finanziamento della televisione pubblica (ma questo è un rapporto tra tali due soggetti che non tocca il cittadino-contribuente).

Non vi è dunque alcuna relazione diretta – come chiarito dalla Corte Costituzionale e dalla Cassazione – tra le entrate derivanti dal cosiddetto “canone” e quelle invece destinate alle tre reti della Rai.

Tutto questo fa aumentare il disgusto per come l’imposta viene spacciata per farla digerire al popolo. Disgusto a cui si sommano i metodi spesso illegali usati per la riscossione: non con le tipiche “comunicazioni” che usa l’erario per tutte le altre imposte (gli accertamenti, gli avvisi di mora, le cartelle esattoriali), ma soggetti privati che, spacciandosi per pubblici ufficiali (mentre tali non sono), bussano porta a porta intimando il pagamento o chiedendo di poter visionare l’appartamento.

Una vera e propria truffa del tutto simile a quella di alcune compagnie elettriche per far firmare contratti capestri agli ignari consumatori. Il disgusto viene accentuato anche da come viene speso il denaro pubblico per la gestione del cosiddetto servizio pubblico (leggi: partiti e loro pollai).

In ultimo, non dimentichiamo il disprezzo che il Parlamento e il Governo continuano a dimostrare verso gli italiani che, già diversi anni fa, con un referendum, hanno chiesto la privatizzazione del servizio televisivo pubblico.

Insomma, il Governo dovrebbe smettere di chiamarlo “Canone Rai” solo per illudere i contribuenti che si tratti di un pagamento collegato a un servizio a loro destinato, come il pedaggio autostradale. Il pagamento non ha come corrispettivo la visualizzazione dei canali Rai e anche chi non usufruisce di tale “servizio” (se tale vogliamo chiamarlo) deve pagare.

Il nome corretto dovrebbe essere “Imposta sul possesso della televisione”, ma forse, così facendo, i contribuenti comprenderebbero ancor di più quale iniquità si nasconde dietro questa gabella. E allora così sia: meglio che il popolo continui a navigare nell’ignoranza. E nel frattempo, avvicinandosi la scadenza del prossimo canone (visto che probabilmente per il pagamento in bolletta luce ci vorrà luglio 2016) ci chiediamo quali concorsi indirà la Rai per poter ottenere l’ambito pagamento. (fonte)

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